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Marianna Candidi Dionigi e la pittura di paesaggio.

La presenza delle donne nel mondo dell’arte, siano esse artiste, fruitrici, critiche, collezioniste o intenditrici, è stata sempre molto limitata. Le donne sono state accettate nell’arte, nei secoli, prevalentemente come oggetto di rappresentazione artistica e da qualche decennio, ormai, pare, stiano uscendo dall’“invisibilità” a cui sono state relegate per molto tempo, ottenendo un posto di rilievo nella storiografia dell’arte.

Voglio focalizzare la mia attenzione sul rapporto donna/pittura di paesaggio e, in particolar modo, su un trattato scritto da una donna nel primo decennio dell’Ottocento: Precetti elementari sulla pittura de’ paesi di Marianna Candidi Dionigi (1816).
Il trattato rappresenta un’apologia del genere paesaggistico davvero singolare considerando la tradizionale sottomissione, in ambito accademico, di questo genere alla pittura di storia. Nelle accademie, infatti, la pittura di paesaggio era ancora all’ultimo posto della gerarchia dei generi, eppure ha un’origine lontana, avendo inizio con il tramonto del Medioevo, trovando i suoi fondamenti scientifici nel Rinascimento e giungendo a piena maturazione nel Settecento.

Presso la Biblioteca dell’American Academy in Rome è conservato un esemplare del testo e l’opera è integralmente presente a libera consultazione su Google books, ma non esisteva ancora un’edizione commentata.

Marianna Candidi Dionigi, vissuta tra il 1757 e il 1826, era una nobildonna romana dai vari interessi: musicali, artistici, letterari, archeologici; è stata a capo di un influente salotto letterario e godeva di molta stima tra gli intellettuali e artisti italiani e stranieri, quali Ennio Quirino Visconti, Antonio Canova, Luigi Lanzi, Seroux D’Angicourt, l’archeologo inglese Edward Dodweel, per citarne alcuni.

La sua morte non è passata inosservata negli ambienti intellettuali come dimostrano diverse biografie a lei dedicate che sono state pubblicate nel corso del secolo XIX.
Significativo a tal proposito è la Canzone ad Enrica Dionigi Orfei in morte di Marianna Dionigi di lei madre scritta da E. C. Muzzarelli nel 1826, dove Marianna viene descritta come «donna gentil» e «donna immortal» e, elogiandola, Muzzarelli scrive «tu fin da’ tuoi anni disdegnando beltate in uman vero, poichè cosa mortal passa e non dura, ponevi ogni tua cura a farti degna dell’Italia nostra uscendo ardita co’ migliori in giostra».

Nel 1835 compare una biografia scritta da L. Cardinali e il nome di Marianna Dionigi si trova nella Biografia degli italiani illustri del 1837 di E. De Tipaldo e in M. Dionigi e le sue opere (1896) di N. Marcone. La redazione di quest’ultima biografia, per la prima volta dopo settant’anni dalla morte di Marianna, è basata sulla ricerca condotta direttamente sulle fonti e sui documenti conservati presso gli eredi.

Marianna è stata qualche volta ricordata anche dalla stampa di informazione, probabilmente come “prima fautrice delle moderne conquiste della donna” per la sua notevole attività culturale ed artistica, ai suoi tempi piuttosto inconsueta in quanto donna.

Una valutazione critica della sua opera di pittrice è stata avviata solo recentemente da Valentino Martinelli (1962) che giudica Marianna una delle più dotate rappresentanti del paesaggio storico-archeologico nel quadro del neoclassicismo romano.
Difficilmente, però, è stata fornita una visione d’insieme dell’attività intellettuale di Marianna, poiché si preferiva privilegiare soltanto uno specifico settore della sua opera, a discapito di altri che consideriamo altrettanto importanti.

L’8 giugno 2011 presso l’Istituto Nazionale di Studi Romani si è tenuta una Giornata di Studi dedicata a Marianna Candidi Dionigi paesaggista e viaggiatrice, di cui sono stati pubblicati gli atti, grazie ai quali è possibile conoscere e approfondire il personaggio e il suo operato artistico e letterario, offrendo preziosi spunti di ricerca.

Nei  paesaggi di Marianna Candidi Dionigi si può scorgere lo schema di paesaggio cosiddetto ideale preferito da Claude Lorrain, punto di riferimento per tutta la pittura di paesaggio, soprattutto in Italia. Fondamentali per Marianna sono la lezione paesistica di Jakob Philipp Hackert e l’orrido selvaggio di Salvator Rosa, oltre che il suo maestro Carlo Labruzzi, dal quale, probabilmente, riprende l’espediente dell’autoritratto “in azione”.
Deriva i propri meccanismi costruttivi dominanti principalmente dalle caratteristiche tecniche del prototipo paesistico alla Lorrain. L’uso di una quinta laterale in ombra, in genere un albero, l’articolazione tripartita dei piani di profondità, le morbide gradazioni atmosferiche, la priorità unificante della luce, la presenza di strade, corsi d’acqua, ponti e acquedotti che segnano diagonalmente la composizione, le “macchiette” a varie profondità: sono tutti espedienti che conducono l’occhio dello spettatore verso il fondo, meccanismi che Marianna seleziona e ricompone a seconda del soggetto e della tecnica e che sono presenti in tutta la sua produzione.

A livello tematico, invece, la Dionigi ripropone alcuni soggetti in rapida diffusione a quei tempi, nell’ambito di un’inedita attenzione per elementi e fenomeni della natura presi in sé stessi, di influenza inglese e tedesca: tumultuose cascate, grandi alberi, vulcani fumanti, la ridotta presenza della figura umana. Le opere più interessanti della sua produzione visiva nascono dalla novità di coniugare il vero storico-archeologico e il presente quotidiano.

Ho approfondito lo studio di Marianna Candidi Dionigi e sulla pittura di paesaggio nella mia Tesi di Laurea Magistrale: Un’edizione commentata dei “Precetti elementari sulla pittura de’ paesi”  (1816) di Marianna Dionigi, facendo del trattato  una vera e propria edizione commentata.

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