Arte&Architettura,  Attualità,  Mostra,  Viaggio

Excursus storico sulla pittura di paesaggio

La nozione di paesaggio non è sempre esistita, ma appare in Europa intorno al XV secolo, durante il Rinascimento. Infatti, sebbene tutte le società abbiano un ambiente che percepiscono attraverso la vista e gli altri sensi, non è detto che quello che vedono sia necessariamente paesaggio.
I primi elementi paesaggistici sembrano affiorare nell’opera di Giotto (1266-1337) e si fanno più evidenti soprattutto a partire dalle opere di Ambrogio Lorenzetti (1290-1348), dando il via al riconoscimento del paesaggio in quanto tale.
Giotto, ad esempio, nel ciclo francescano di Assisi realizza una quadratura dello spazio e della figura umana, simboliche quinte rocciose con qualche pianta o minuscolo arbusto irriconoscibile; negli affreschi di Padova, invece, nell’episodio Noli me tangere si nota una maggiore propensione dell’artista al mondo vegetale. Successivamente, Ambrogio Lorenzetti nella sua opera Allegoria del buono e del cattivo governo, rappresenta una natura addomesticata, occupata e deformata dall’uomo, ma lo sguardo sulla natura – nonostante le dimensioni e l’accuratezza dei dettagli – non è ancora il tema principale dell’affresco.
Invece è con Jan van Eyck (1390-1441), pittore fiammingo e precursore di un naturalismo indipendente dai canoni estetici italiani, che la natura diventa oggetto rilevante del quadro, come si può notare nella Madonna del cancelliere Rolin, dove la scena si svolge entro un ambiente sontuoso aperto su una loggia che domina un vasto paesaggio. La luminosità del paesaggio sullo sfondo attrae lo sguardo dello spettatore verso il punto di fuga della costruzione prospettica e la lontananza delle montagne è suggerita sia dalle dimensioni ridotte sia dalla nebbia che avvolge e sfuma i contorni.

È nella seconda metà del Quattrocento che assistiamo ad un modo diverso di rappresentare la natura: artisti-scienziati come Leonardo (1452-1519) e Dürer (1471-1528) indagano la natura tramite il mezzo grafico, ma gli studi di questi artisti, per lo più privi di personaggi, non si possono definire dei paesaggi pittorici. Giovanni Bellini (1432-1516), invece, è considerato l’inventore del grande paesaggismo veneto; egli da origine alla veduta panoramica per passione verso la bellezza naturale, come scoperta di occhi infaticabili nell’indagine sul vero, come tema da considerare di pari validità per il pittore accanto alla figura umana. In Giorgione (1471-1510) e poi in Tiziano (1490-1576) l’immagine-paesaggio funziona con l’appoggio di figure volte verso i fruitori del quadro. Difatti nella Tempesta si vede un vasto paesaggio campestre nel quale sono inseriti due personaggi che, ai lati della tela, introducono lo spettatore alla scena principale: la rappresentazione della natura, un concentrato di forza e vera protagonista della scena. Allo stesso modo nell’Amor sacro e Amor profano di Tiziano il paesaggio verdeggiante che si apre sullo sfondo, popolato da cacciatori, animali e da una coppia di amanti, è esso stesso protagonista.

Il paesaggio, tuttavia soggetto a significati simbolici, è un campo larghissimo di esperienza su cui l’uomo conferma il suo sapere oltre che il suo essere. Da mappa chiusa e orrifica, luogo di espiazione della sua colpa originale, la natura diventa base della sua conoscenza, permettendogli di respingere l’autorità dei testi tradizionali per imporre la luce delle prove ragionate.
All’inizio del Seicento, Giovan Battista Agucchi (1570-1632), il quale ritiene che l’artista, unificando le parti migliori disperse, debba tendere al verisimile che, pur radicandosi nella realtà,trova la condizione del suo essere solo nell’arte, insieme a Domenico Zampieri detto il Domenichino (1581-1641) stila una teoria dei generi, ulteriormente sviluppata da Giovan Pietro Bellori, il quale afferma che l’artista non deve imitare la natura così com’è, ma selezionarne gli aspetti migliori per ricomporli in modo tale da rappresentare la “bella natura”. Secondo questo pensiero, la pittura di storia è al vertice di una scala gerarchica, seguita dal ritratto, dalle scene di genere, sino ad arrivare alla natura morta. Un fatto dovuto in primo luogo alla circostanza che a nobilitare l’opera d’arte e l’artista creatore sia l’elevatezza del soggetto. Laddove invece le azioni raffigurate non sono riconducibili a fonti letterarie, bensì ispirate a fatti di vita ‘reale’, l’artista si allontana consapevolmente dal genere più elevato (una scelta significativa dal punto di vista estetico, ma assai meno rilevante per molti collezionisti appassionati di paesaggi e pittura cosiddette di genere). È nel contesto dell’iniziale differenziazione dei generi,nei primi anni del Seicento, che Annibale Carracci (1560-1609), Domenichino (1581-1641) e Nicolas Poussin (1594-1665) danno origine al “paesaggio ideale”, ossia il paesaggio inteso come rappresentazione non della natura come appare agli occhi, bensì come “dovrebbe essere”, frutto cioè di un processo di selezione e idealizzazione. Questi paesaggi sono “nobilitati” dalla presenza di scene che illustrano episodi biblici o mitologici: si tratta dunque di un’estensione paesaggistica della pittura di storia. Naturalmente, Poussin e molti pittori del suo tempo sono mossi dal bisogno di conoscere la natura dal vivo. Se la pittura dei Carracci può essere considerata come invenzione del “sentimento del luogo”, come visione della natura in rapporto alla sentimentale condizione dell’uomo, nei lavori di Claude Lorrain e Poussin si tratta di paesaggi classici, che formano all’interno del paesaggio ideale, un ramo specifico. Il primo rappresenta paesaggi basati sulla fedeltà al vero, ma trasfigurati da improvvisa emotività; invece il paesaggio classico di Poussin appare dominato da principi di composizione, da una meditazione profonda e razionale. Anche il cognato di Poussin, Gaspard Dughet (1615-1675), è pittore di paesaggi, ma la sua attenzione all’intima emozione è ispirata da una natura più rustica e selvatica. Dughet ha una percezione della natura che potremmo definire materialistica e il suo è un rimando alla realtà del paese o del territorio. Il paesaggio di Salvator Rosa, invece, è pittoresco e fantastico; nei suoi paesaggi l’orrido appartiene alla natura stessa, nei suoi ambienti selvaggi, desolati e contorti.

In genere possiamo dire che nel XVII secolo, dunque, con i Carracci, Poussin, Gaspard Dughet, Claude Lorrain lo studio del paesaggio corrisponde comunque al desiderio e alla necessità di dare all’evento una collocazione storicamente credibile e quindi conforme ai principi cinquecenteschi del ‘decorum’.

Ho approfondito lo studio della pittura di paesaggio nella mia Tesi di Laurea Magistrale: Un’edizione commentata dei “Precetti elementari sulla pittura de’ paesi”  (1816) di Marianna Dionigi, facendo del trattato una vera e propria edizione commentata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *